27 lib1434-Storia (fatti)

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Contents
27.1 industria le penne metalliche
27.2 LA GIOVINE MULATTA
27.3 La Monega de Monscia
27.4 Perché non dovresti concentrarti sui vincitori
27.5 l perché della vittoria di Davide su Golia di Osmano Cifaldi
27.6 soccorsi per i feriti in guerra 1870

27.1 industria le penne metalliche

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industria le penne metalliche
 
Le industrie nazionali italiane, vanno gradatamente prendendo sviluppo, e talune raggiunsero già un tal grado di perfezione da sostenere vittoriosamente il confronto e la concorrenza delle più sviluppate industrie estere. Vi sono però ancora delle industrie che non solo non ebbero in Italia conveniente sviluppo, ma che finora non fecero neppure ancora capolino fra noi, e che ci rendono tributari delle estere nazioni.
Fra le industrie che vedremmo volentieri impiantarsi in Italia, e per le quali l'avvenire è sicurissimo, è quella delle penne metalliche, delle quali importiamo dall'Inghilterra una quantità cosi enorme che non si crederebbe vero. Dai calcoli fatti con qualche accuratezza si rileva che in Italia si fa un consumo annuale di penne metalliche da ragguagliare in media un valore di ottantamila lire ogni giorno. Son meglio che ventotto milioni annui che passano all'estero per un genere che potrebbe essere benissimo prodotto in paese, e che è in prospettiva di sempre crescente consumo, col necessario aumentarsi delle scuole e col bisogno che conseguentemente si fa ognor più sentire, di comunicazione epistolari e di memorie scritte.
L'industria della carta si è resa ormai indipendente dall' estero per tutte quante le specialità e varietà di carta che si produce nelle cartiere italiane, dalle qualità finissime alle più comuni, da appagare ogni più difficile esigenza. Sarebbe desiderabile che anche per le penne metalliche si potesse ottenere T impianto fra noi di una fabbrica sufficiente per provvedere almeno al consumo interno. Sicuramente che dal principio si incontrerebbero le difficoltà delle cose nuove, e le spese non lievi di primo impianto; ma è indubitato che le penne d' oca hanno finito il loro tempo , che solo le penne metalliche tengono e terranno a lungo il regno del mondo scri- bacchiatore; che il consumo delle penne è in via di continuo aumento, e che per conseguenza la fabbricazione delle penne metalliche è una industria di risultato sicuro. Facciamo voti perchè si trovi l'ardito industriale che abbia coraggio di tentarne la prova.

27.2 LA GIOVINE MULATTA

 
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LA GIOVINE MULATTA
 
Nelle Indie occidentali spagnuole ella è chiamata la mulatica de catara o la ragazza dalle sciolte pianelle, e, per esprimerci col linguaggio di Darwin, appartiene alla specie quadrona dei mulatti. Ella non è più schiava, non ha padrone, ed è in tutta la forza della parola padrona di sè stessa. La nostra giovine mulatta impiega nel migliore dei modi possibili la sua preziosa e comperata libertà, menando la vita del dolce far niente.
Ella sa rendersi meno noiose le ore calde col sorseggiare il caffè, dormire la siesta e fumare sigaretti o lunghi avana. Voi potete vederla nelle ore infuocate del pomeriggio, davanti ad un ampio verrone aperto, seduta su di una butcoca o sedia oscillante, col suo inseparabile ventaglio di foglie di palma secche fra le mani.
Ella indossa una veste della più leggiera mussolina, scollata ed a maniche corte; la sua acconciatura consiste in un fazzoletto a smaglianti colori, intrecciato ed allacciato in modo fantastico, che nasconde compieta- mente la sua corvina e lucente capigliatura, se si eccettuino una coppia di treccie che le contornano il viso : la civetteria e gli adornamenti sono il suo debole. Nel praticare la prima ella trova un potente alleato nel suo fido ventaglio, che maneggia con arte soprafina ; il resto ci è rilevalo dalla sua smania di far pompa di una profusione di gingilli, di monili e di pendenti.
Se bramate ottenere un suo sguardo ed un suo lusinghiero sorriso, non avete che a presentarle qualche bagattella da voi comperata dal gioielliere, ma badate bene che sia di qualche valore e genuina, che altrimenti la vostra bruna diva non vorrà adornarsene.
II più bianco dei giovani bianchi darebbe il suo dito mignolo per mezz'ora di trattenimento colla seducente nostra mulatta, e per giungere allo scopo nel di lei giorno oncmastico, le fa un presente di dolciumi, di chicche e di ogni sorta di iecornie, canta le sue lodi in brevi canzoni, e la chiama La Zandunguera. Nei giorni di carnovale ed in altre occasioni festive la nostra mulatta è rallegrata dalle serenate dei suoi ammiratori, i quali, ad imprevedute ore della notte, si recano con uno stuolo di prezzolati suonatori alla di lei casa. Ordìnariamente uno della comitiva improvvisa una canzone in pochi versi, nella quale sono espressi i vanti e la crudeltà delia signora.
Ecco un esempio di tali canzoni :
Ay, ay, ay: quo mo estoy munendo, si!
Ay, ay ay: Por u,la ululata
Y ella està reyendose Que es cosa que me mata!
Amarillo ! suenamelo pinton.
Qualche volta la bruna signora riceve in casa i suoi notturni visitatori, ed allora i vicini della stessa schiatta, svegliati dal frastuono della serenata, indossano in fretta le vesti, e si affollano sul luogo della scena. Quando ognuno è rientrato in casa, i suonatori intuonano la dama cubana, specie di ballabile popolare a Cuba.
La musica fu scritta espressamente e dedicata alla nostra bruna beltà, e dal suo nome la musica della danza si chiama la Rafaelita.
I, compagni sono scelti, e l'affascinante ballo incomincia. Rafaelita è una silfide, e ce lo dicono il suo passo leggiero, la grazia, la voluttuosa cadenza delle sue movenze.
La danza è tult' altro che facile, dovendosi non solo adattare il passo alla musica, ma ben anco l'azione mimica al passo. Ma Rafaelita non si confonde, e mantiene perfettamente il tempo, e sfida le astruserie del ritmo stranissimo della musica della danza cubana. La nostra giovine mulatta ha auehe molte offerte di matrimonio , anche j da parte di giovani signori bianchi; ma j ella pensa che per il matrimonio ci è sempre tempo d'avanzo.
Ella non ha fretta di rendersi schiava una seconda volta, poiché tale ella crede ^ di divenire scegliendosi, sotto l'apparenza di marito, un nuovo signore e padrone.
Per ultimo faremo osservare che la nostra incisione è tolta da un dipinto originale del signor Gioachino Cuadros di Cuba, artista che gode bella

27.3 La Monega de Monscia

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La Monega de Monscia
 
Ciao bèlla gent! M’avii ricognossuu? On bèll pattanin biòtt, biscella e biond… cont in man arch e frècc… avii pròppi indoinaa!
Mì son Cupido, quèll ch’el fa innamorà la gent!
Nò, nò, pensi nò ch’el mè laorà el sia ona fèsta in borgh! Vedi on oeugg sbasii de chì… zacch! Colpii! On’oggiada languida là… zacch! Colpida! E l’è bèll’ che faa el pastizz! L’è vera, di vòlt ciappi ona quai cantonada e foo innamorà on veggètt e ona tosa… ma poeu rièssi a riparà al mal che hoo faa: strèppi via i mè frècc… fa on poo mal, l’è vera, ma poeu se guariss a svèlt.
Gh’è poeu di moment che me stuffissi e allora me fermi in su on cornison e cerchi de fà passà el temp inscì; magara vedi on quaicòss dedree ona finèstra che me mètt in saor, e allora me fermi a guardà la gent che sta lì de cà, per vedè ’se fann, ’se disen…
On quai ann fa, in d’on bèll palazz de Milan, apos la Scala,viveva ona famiglia nòbil con tanti fioeu. Gh’era anca ona tosètta,  la pussee piscinina, Gertrude: ona motriada! La m’ha incuriosii per quèll. L’è minga facil troà ona tosètta tanto bèlla e inscì malincònica.
Semper vestida de negher ò de gris, la sorrideva mai, la stava semper deperlee. Anca i sò pigòtt eren malincònich ’me lee, vestii de mònegh ’me lee… ma la piscinina la gh’aveva duu oeugg! Oggiada orgoliosa d’ona nobildòna, con denter tant de quèll foeugh!
Ma i sò gent aveven giamò decis che la tosètta la saria andada mònega, faseven de tutt per esaltà la vita che aveven scernii per lee:
Badèssa del convent de Santa Margherita, a Monscia e faseven finta de minga capì che Gertrude la gh’aveva alter desideri per la soa vita de dòna. Eren tanti i tosann che ghe toccava quèlla fin lì… per mantegnì el patrimòni de la famiglia intregh per el primm fioeu…e lor pensaven che ’sta tosa, in la soa posizion de Badèssa e nobildòna, l’avaria avuu in man tusscòss! Ma cossè?? Mah…. Passaa on poo de temp son tornaa lì… in su quèll cornison… ma la vedevi pù di finestron del palazz… dòpo hoo savuu che l’era stada mandata a studià pròppi in del Convent de Santa Margherita, a Monscia.
Beh, se ona ròbba la me interèssa me ferma nissun: quand seri vesin a Monscia andavi semper a dà on’oggiada a la mia tosètta…
L’era on’educanda come tanti alter. Riverida di mònegh, content ’me ratt de vègh in la scòla la tosa de on nòbil inscii potent, ma lee la gh’aveva intorna i tosann de Cont e Marchès che, carognètt come sann vèss domà quèi de quèll’età, cuntaven-sù tutt quèll che sarien staa in del mond: miee de sciori nòbil e potent de l’alta società, pelizz e vestii pien de naster e “paillettes”, fèst de ball, lus, camerer e fioeu, tanti fioeu de fà ballà in scòssa…
El coo de la Gertrude l’era rosegaa dal dubbi che fòrsi la vita che i sò gent gh’aveven destinaa l’era nò inscì bèlla e invidiabill.
Ògni dì che passava, l’era sò desideri vègh ona vita compagna de quèlla di alter tosann…
Insèma a la domanda ufficial de vèss accettada
in convent come novizia, con l’ausili di Ciao bèlla gent! M’avii ricognossuu? On bèll pattanin biòtt, biscella e biond… cont in man arch e frècc… avii pròppi indoinaa!
Mì son Cupido, quèll ch’el fa innamorà la gent!
Nò, nò, pensi nò ch’el mè laorà el sia ona fèsta in borgh! Vedi on oeugg sbasii de chì… zacch! Colpii! On’oggiada languida là… zacch! Colpida! E l’è bèll’ che faa el pastizz! L’è vera, di vòlt ciappi ona quai cantonada e foo innamorà on veggètt e ona tosa… ma poeu rièssi a riparà al mal che hoo faa: strèppi via i mè frècc… fa on poo mal, l’è vera, ma poeu se guariss a svèlt.
Gh’è poeu di moment che me stuffissi e allora me fermi in su on cornison e cerchi de fà passà el temp inscì; magara vedi on quaicòss dedree ona finèstra che me mètt in saor, e allora me fermi a guardà la gent che sta lì de cà, per vedè ’se fann, ’se disen…
On quai ann fa, in d’on bèll palazz de Milan, apos la Scala, viveva ona famiglia nòbil con tanti fioeu. Gh’era anca ona tosètta, la pussee piscinina, Gertrude: ona motriada! La m’ha incuriosii per quèll. L’è minga facil troà ona tosètta tanto bèlla e inscì malincònica.
Semper vestida de negher ò de gris, la sorrideva mai, la stava semper deperlee. Anca i sò pigòtt eren malincònich ’me lee, vestii de mònegh ’me lee… ma la piscinina la gh’aveva duu oeugg! Oggiada orgoliosa d’ona nobildòna, con denter tant de quèll foeugh!
Ma i sò gent aveven giamò decis che la tosètta la saria andada mònega, faseven de tutt per esaltà la vita che aveven scernii per lee:
Badèssa del convent de Santa Margherita, a Monscia e faseven finta de minga capì che Gertrude la gh’aveva alter desideri per la soa vita de dòna. Eren tanti i tosann che ghe toccava quèlla fin lì… per mantegnì el patrimòni de la famiglia intregh per el primm . La celebre biografia di suor vègnen ignoraa, la soa volontà de dòna gioina e pièna de vita la ven piegada da ona fòrza prepotenta:
quèlla de sò pader e lee la rièss minga a oppònes. Mortificada di reazion di sò gent, la dis al sò papà che la gh’ha pensaa sora e che el sò desideri l’è pròppi quèll de tornà al convent, come novizia.
Da lì tutta la vita la cambia per la Gertrude. In cà tucc la tratten con rispètt. A palazz se dann fèst e banchètt in sò onor e lee la soffriss talment tanto a vedè tutt quèll che la podarà mai vègh che la domanda al sò papà de accelerà el sò trasferiment al convent. Per tutta la famiglia l’è mèj pensà che la tosa l’è pròppi ona santa…
Inscì Gertrude la se ritroeuva, come on leon in gabbia, a viv ona vita che lee la voreva nò… ona vita che la ghe sarà insci strètta, fin a soffegalla…
La piangeva al penser del sò sacrifizzi, a la soa bellèzza inutil…e ’l sò dolor el mètt sòttsora tutt el convent.
La Sciora, inscì la ciamaven, la dimostra de vègh on caratter terribil e la farà pagà ai alter mònegh la soa disperazion, in particolar a quèi che lee la pensava fudèssen responsabil d’avèlla persuasa a scernì quèlla vita grama.
L’aveven nominada “maèstra di educand” ma anca inscì la troeuva la manera de fà dann e la rendeva impossibil la vita di chi pòer tosann che la gh’aveva de invià a ona bèlla sòrt insci diversa de la soa.
Mì stavi mal a vedè la disperazion de quèlla pòra tosa… gh’avevi de fà on quaicòss per iuttalla, ma anca inscì quèll che hoo faa l’è staa pussee on dann che on aiutt per lee.
 
sò noeuv amis, Gertrude l’ha scritt ona lèttera al sò papà per fagh savè che lee la voreva pù diventà mònega ma tornà a fà la vita de prima e restà in del mond… e maridass.
In del gir de pòcch dì riva la rispòsta de sò pader: la gh’ha de tornà a cà. Lì nissun ghe parla de la soa decision e nanca ghe domanda de còssa la pensa: la tègnen a distanza, lontan de tucc e isolada.
Me par de vedèlla: i sò oeugg inscì orgolios, inscì pien de foeugh
Me pareva che l’amor di chi duu fioeu lì el fudèss ona ròbba inscì bèlla… amor… adèss soo nò se la paròla “amor” la gh’aveva nò el stèss significaa per tucc duu.
Per lù el voreva dì: conquista, orgòli, piasè, trasgression… Per lee tenerèzza, spasim, arlia, amor pur… amor carnal a la fin!
’Me se fa a minga borlagh denter a quèll’età lì, quand el coeur l’è tèner e moresin e se gh’ha in òdi la pròpria condizion? Chi l’è bon de frenà la passion d’on amor rabbios e presoner che cont i tentazion d’on demòni lussiorios el se tramuda in vizzi?
La Gertrude, da quand la cognoss Egidio l’è pussee serèna in la vita de tutt’i dì e i alter mònegh veden con piasè el sò cambiament e tiren on poo el fiaa.
Lù el va a troalla tutt’i nòtt e, se dis in gir, che on para de consorèll, Suor Benedètta e Suor Ottavia, sien al corrent di sò pontèi ma, per rispètt al nòmm de la famiglia de la Gertrude, abbien mai parlaa de ’sta stòria.
Mì, settaa-giò sul scòss del finestron, me pareva de vedè tanta tenerèzza in ’sti duu gioin brasciaa-sù! Mì avevi minga capii che lee la tegniva fòrt el sò òmm con la disperazion de chi el sà che la soa felicità l’è legada a on fil ch’el pò streppass da on moment a l’alter e tornà pù indree. Inscì, l’amor l’è pù giòia ma ona sofferenza che la te consuma on dì ’dree l’alter perchè se sa nò m’el sarà el doman.
Anca se nessun le dis, mì credi che anca la Gertrude ona quai amisa in del convent ghe l’avèss. Hoo savuu che la gh’ha ’vuu dal sò òmm on fiolin, nassuu bèll’e mòrt e ona tosètta, Alma Francèsca, che l’è stada subit portada via dal convent. Del rèst, anca se i stanz de la Sciora eren appartaa, el saria staa difficil scond ai alter mònegh la presenza d’ona pattanina appèna vegnuda al mond.
Alma Francèsca l’è stada poeu adottada da l’Egidio.
In onor a la soa nobiltà, La Mònega de Monscia
 
Arent al mur del monastee, in doe la Gertrude la gh’aveva i sò stanz, gh’era la cà d’on gioinòtt, on scorlacoo che insèma ai sò amis, canaja ’me lù, se ne impippava de la pubblica autorità e di leg. Anca lù l’era fioeu d’on nòbil e ’l se ciamava Egidio. Lù el sbirciava la Gertrude travèrs on finestroeu e, infolarmaa da la soa bellèzza e da l’idèa de scoeud on fioretton de petitt, on bèll dì l’ha taccaa a discorr con lee… e lee, la desgraziada, la gh’ha rispòst.
Mì hoo pensaa che pian pianin, da tutt quèll parlà fudèss nassuda ona bèlla amicizia e ch’el fudèss rivaa el moment de dagh a quèlla tosa inscì malincònica, on ciccin d’amor. Hoo guardaa l’Egidio:
l’era pròppi on bèll fioeu e ’l pareva sincerament interessaa a Gertrude.
In d’on boff hoo scajaa dò frècc… Purtròpp me son minga incorgiuu che voeuna l’era andada a voeui, ma hoo centraa ben la Gertrude e subit per lee l’è s’cioppaa l’amor.
Son volà via da quèll murètt convint d’avè lassaa chi duu fioeu lì cont el coeur sòttsora.
Hoo savuu pussee tardi che Egidio e Gertrude eren diventaa moros e che lù el passava i nòtt in di stanz de lee dòpo vèss andà denter el convent travèrs la gesa.
Suor Caterina la ven assegnada al servizi de la Sciora del Monastee.
Suor Caterina l’è ona tosa de campagna, de Meda, cont i pomèi
bèi ross e l’anima nètta. Nel gir de pòcch temp la se rend cunt de vèss stada tirada denter in d’on gioeugh pericolos. On bèll dì la Sciora l’ha taccaa lit con la pòra Caterina e l’ha trattada mal. Intant che discuten, la Caterina la se fa scappà che lee «la sa on quaicòss” e che “l’avaria parlaa a chi de doer al moment giust».
I paròll de la Caterina hann faa stremì la Gertrude che, a la prima occasion, ghe l’ha dii al sò Egidio. Mì, semper rampegaa sul scòss del finestron, sentivi quèll che diseven… voreven fà foeura la pòra Suor Caterina perchè la cuntass-sù nò i sò segrètt… Hoo anca cercaa de streppà via la mia frèccia dal coeur de la Gertrude… ma oramai l’era inscì profonda, incarnada, che gh’è staa nagòtt de fà.
E poeu, gh’era in gioeugh la vita… l’amor el cuntava pù nient.
Dòpo pòcch temp, ona mattina Suor Caterina la s’è minga presentada ai sò servizzi. L’hann cercada in la soa stanza e in tutt’i canton, ma la gh’era nò. L’hann ciamada, ma la rispondeva nò: sparida!
Intant che la gent del convent la cercava, hann troaa on bus in del mur de cinta e hann pensaa che la Caterina la fudèss scappada via de lì. Inscì hann proaa a cercalla a Meda, indoe l’era nassuda, a Monscia e in di paragg… ma nissun l’ha mai savuu pù nient de lee. Saria staa mèj, al pòst de andà inscì lontan, se avarissen proaa a scavà lì vesin.
La Caterina, par che la sia stada mazzada da l’Egidio, iuttaa da on para de mònegh, che eren al corrent dal principi de l’amor de la Gertrude. L’Egidio l’ha sconduda in del pollee e, pussee tardi, miss el còrp sòtt-tèrra in la cantina de cà e ’l sò coo, in d’on pozz lontan del convent.
Da quèll moment lì, la Gertrude, che la pensava de vèss finalment libera di penser che la pòra Caterina la podeva dagh, l’ha cominciaa a vedèlla depertutt e sentì in di orègg la soa vos…. La Caterina la diventa la soa ossession, on quaicòss che le tormentava e la ghe impediva de viv. L’avaria preferii vèghela anmò intorna al pòst de sentilla semper adòss, dì e nòtt ’me on fantasma.
Mì vedevi la soa disperazion e savevi nò come fà a iuttalla. Me sentivi anca in colpa per avè combinaa ’sto intracchen… e pensà che me pareva de avè faa on bèll mestee a fai innamorà… ma l’era nò inscì: la passion l’aveva ciappaa el pòst de l’amor e adèss, lor eren ligaa insèma da tutt quèll che l’era capitaa e ris’ciaven, de vèss strusaa via di avveniment.
I vos sù quèll che l’era capitaa in di ultim dì, cominciaven a vèss insistent e la Mader Superiora la domanda, e ghe ven concèssa, on’inchièsta da part del Cardinal Federigh Borromee, consideraa de tucc on òmm giust e onèst.
Suor Gertrude la ven trasferida da Monscia a Milan, al Rifugio Santa Valeria, ona istituzion destinada a ricoerà i vègg baltròcch che eren ciamaa “peccatris pentii”. El Cardinal l’aveva scernii pròppi el Rifugio anca per fiaccà l’orgòli nobiliar de la famiglia de lee. In quèsta istituzion, gestida da on grupp de mònegh, i dònn ospitaa, doeven rispettà di regol inflessibil, anca senza vèss mònegh.
In del primm ann podeven andà via ma, se restaven, doeven impegnass a passà lì el rèst de la vita.
La Gertrude l’è stada condannada a vèss murada viva in d’ona cèlla piscinina, murada anca la finèstra, che la lassava passà domà on fil de lus e murada la pòrta: ghe passava domà el mangià e i pòcch confòrt ch’eren concèss a la condannada.
Suor Gertrude la sortiss de la soa preson domà trèdes ann pussee tardi e la gh’aveva indòss anmò el stèss vestii del dì de la condanna. L’era stracca, magra e malada ma la s’è tirada-sù in pòcch temp e la decid de restà al Santa Valeria per tutta la vita.
Gertrude la diventa on’anima santa e la se dedica a iuttà i dònn ospitaa al Santa Valeria. El Cardinal Federigh Borromee, che ’l gh’aveva con lee on important scambi epistolar, a la fin el comincia a trattalla con benevolenza perchè el capiss che, grazie a particolar sostègn del Signor, l’era diventada on’altra persòna. La Gertrude la se mètt a studià la letteradura religiosa e teologia e con costanza la ghe sta adree ai dònn del Santa Valeria. El Cardinal Borromee ghe da el compit de corrispond, per sò cunt, cont i mònegh che gh’aveven bisògn de vèss consiliaa perchè eren adree a trà via la soa vita e la fed ’me lee. El soo ch’el par strano, ma la Gertrude, pròppi per quèll che gh’è succèss, la rièss a portà on aiutt concrètt a chì l’è in difficoltà.
Quand el Cardinal Borromee el moeur, el sò successor el se preoccupa nò de la pòra Gertrude che la diventa vèggia al Santa Valeria, desmentegada de tucc, cont i sò malann e la soa depression.
La morarà 28 ann dòpo la soa condanna.
E l’Egidio? I primm dì dòpo el trasferiment de Gertrude a Milan el se scond in d’ona cassina de proprietà de la soa famiglia de lù.
Se dis ch’el abbia consiliaa ai dò consorèll ch’hann tegnuu man a Gertrude in la soa stòria, de scappà per minga subì interrogatòri e indagin. El cercarà anca de mazzai perchè podessen nò testimonià la soa relazion con la Gertrude. El ghe rièss nò e i dò mònegh testimoniarann
anca su l’aggrssion de lù.
L’Egidio el se scond in la Serenissima Repubblica de Venezia. El podeva nò stà tranquill perchè el Tribunal de Milan, vist quèll che l’aveva combinaa, l’aveva condannaa a vèss impiccaa. Anca el sò fradèll l’era staa menaa via, i cà de Monscia e ’l rèst del patrimòni de famiglia confiscaa e la pòra mader, che la gh’aveva vottantaquattr’ann, la se troarà in miseria.
L’Egidio el torna a Milan e ’l domanda ospitalità a Ludovich Tavèrna, on Cont sò amis, pien de danee e potent che le fa mazzà, per minga guastà i sò affari cont i autorità spagnoeu.
La soa crappa la sarà insubida al pubblich.
Nò, me pias nò cuntà-su d’on amor finii inscì… adèss hoo finii de cuntà tutta la stòria, voo via e soo nò se tornaroo anmò chì!
Ma… Chi l’è quèlla bèlla tencia che la guarda con fà sornion quèll bèll gioinòtt ben vestii? Scusém… gh’hoo de fà…

27.4 Perché non dovresti concentrarti sui vincitori

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Perché non dovresti concentrarti sui vincitori
C’è una storia che racconta al meglio perché noi tutti, come esseri umani, siamo progettati per prendere decisioni irrazionali.
 
È la storia di Abraham Wald, che durante la seconda guerra mondiale fu incaricato di analizzare i bombardieri di ritorno dalle missioni per determinare come rinforzarne le protezioni. Sebbene il buon senso suggerisse di rinforzare le parti maggiormente danneggiate dagli scontri, Wald notò che l’analisi prendeva in considerazione solo gli aerei tornati dalle missioni.
 
Le zone più danneggiate rappresentavano quindi l’esatto opposto: parti che avevano sopportato il danno e permesso comunque il ritorno del pilota. Propose così l’opposto: rinforzare le parti non danneggiate; quelle parti che avrebbero molto più probabilmente causato la perdita dell’aereo in caso di scontro.
 
Ecco, questo è in due parole il Survivorship Bias.
O, il Pregiudizio della Sopravvivenza.
 
È il concentrarsi su chi ha avuto successo ignorando del tutto chi non ce l’ha fatta. Assumendo erroneamente che il campione analizzato sia rappresentativo dell’intero panorama, quando non è così. Dando per scontato che caratteristiche comuni a chi ce l’ha fatta costruiscano sempre una storia sensata.
 
Tutte le volte che incrocio articoli come “10 Cose che hanno in comune queste persone di successo” o “Il consiglio che ha cambiato la vita di...” mi torna in mente la storia di Wald. E di come siamo portati inconsciamente a dare maggior peso a storie di successo, cercando spunti per disegnare una precisa mappa da seguire, piuttosto che considerare l’intero scenario. Quello stesso scenario che comprende, insieme ai pochi casi di successo bene in vista, moltissimi altri esempi di fallimenti più silenziosi.
 
Concentrarsi sui vincitori non è mai un buon modo di delineare una strategia.
 
Non sto dicendo che dovresti ignorare buoni consigli del tipo “svegliati presto”, “fai esercizio fisico”, “lavora con persone di fiducia” e cose di questo genere. Semplicemente, quando si entra più nello specifico, conservare un legittimo dubbio sull’aver trovato l’ennesima ricetta per il successo.
 
Per questo sono così interessanti i casi di studio. E lo sono ancora più quelli che raccontano chi - e perché - non ce l’ha fatta. Cosa si è sbagliato. Cosa è andato storto. Scoprire cosa non fare è tanto importante quanto lasciarsi ispirare da storie di successo.

27.5 l perché della vittoria di Davide su Golia di Osmano Cifaldi

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Il perché della vittoria di Davide su Golia di Osmano Cifaldi
 
Vi siete mai chiesti perchè la vittoria del piccolo e delicato fromboliere David sul gigante Golia fu sempre considerata sorprendente e misteriosa? Come potè David, il prescelto da re Saul per il duello, battere in una disuguale tenzone l’invitto colosso Golia?
Il libro di Samuele che narra l’incredibile impresa del giovane pastore ebreo, racconta che solo la mano di Dio permise l’inattesa vittoria: “ Tu vieni contro di me con la spada e con la lancia disse Davide a Golia, ma io vengo a te in nome di “Geova”.
Alcuni storici ricercatori però vollero andare un po’ più a fondo sulle ragioni di quella vittoria e di quella impietosa ed inaspettata sconitta. Hanno proceduto ad un accurato esame di tutti gli aspetti che riguardavano i due protagonisti dell’epico duello ed hanno pubblicato il frutto delle loro ricerche in un articolo nel “New England Jurnal of Medicin”.
Il segreto della vittoria di David affonda la sua ragione nell’eficienza dei servizi segreti di re Saul che avevano potuto accertare che l’imbattibile Golia eratutt’altro che integro isicamente, anzi soffriva di  una malattia conosciuta oggi col nome di sindrome di Wermer, una particolare neoplasia endocrina multipla.
Ma in termini più comprensibili in cosa consiste questa malattia?
Si tratta di un disordine ereditario, assai frequente fra la popolazione di Canaan, che provoca una serie di tumori nelle ghiandole endocrine come l’ipoisi, le paratiroidi ed il pancreas. Il tumore dell’ipoisi secernendo in abbondanza l’ormone della crescita dette origine in Golia a quel fenomeno di gigantismo che gli derivò una statura superiore ai due metri equivalenti alle misure di allora di sei cubiti ed un palmo e l’ingrossamento anormale del cranio. Nello stesso tempo ebbe compressi i nervi dell’occhio limitandone di conseguenza il campo visivo.
I servizi segreti ebraici, in d’allora molto eficienti, accertarono che il gigante soffriva di una cecità delle parti laterali del campo visivo e dunque vedendo solo davanti a sé. In un combattimento ravvicinato, Golia poteva seminare il panico nelle schiere israelite, ma tenendolo a distanza, il piccolo David girandogli attorno, ebbe modo di scegliere tranquillamente il punto ove scagliare la pietra mortale.
Il tumore delle paratiroidi dà luogo invece al rammollimento delle ossa comprese quelle del cranio.
Infatti la pietra di David si coniccò facilmente nel sottile strato osseo del cranio del ilisteo.
Il tumore al pancreas inine, dà origine a ipoglicemie che possono annebbiare temporaneamente la mente del soggetto colpito.
Re Saul sapeva tutto questo anche dai dati raccolti da Giosuè durante la spedizione a Canaan, qui si accertò di giganti che diventavano ciechi, subivano mancamenti e accusavano col tempo un inesorabile rammollimento delle ossa. Da questi accertamenti derivò la decisione del re di Israele di opporgli un avversario agile, veloce ed abilissimo nel lanciare pietre con la ionda. E’ pure presumibile che David durante il duello si collocasse con repentini e studiati movimenti sempre in posizione laterale così da evitare di essere messo a fuoco visivamente dal guerriero ilisteo. La iondata precisa alla fronte effettuata con assoluta tranquillità fece poi il resto.
Samuele precisa : “… che la pietra si coniccò nella fronte di Golia che cadde bocconi a terra. “Il sasso penetrò nella fronte perché l’osso in quella zona era formato da tessuto decalciicato che lasciò passare la pietra nella materia cerebrale priva di una barriera difensiva.
A quanto sembra i pazienti ricercatori dell’Università americana di Vanderbilt hanno chiarito il mistero del vittorioso duello del piccolo eroe sul colosso ilisteo.
Dunque niente di casuale o di realmente divino in questa vittoria, ma uno scrupoloso studio delle condizioni isiche del giganti di Canaan da parte degli eficientissimi ed acuti agenti dell’antico “Mossad” di re Saul.

27.6 soccorsi per i feriti in guerra 1870

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soccorsi per i feriti in guerra 1870
 
Nella notte che segui la sanguinosa giornata di Solferino e San Martino il ginevrino Dunant aggiravasi per le campagne sulle quali francesi, italiani ed austriaci si erano azzuffati.
Splendeva la luna, ed il suo mesto raggio illuminava quei campi bagnati di tanto sangue, e ripieni di soldati giacenti abbandonati al suolo o feriti, o morenti, o già fatti cadaveri.
Quella scena desolante gli straziò l'animo, e pieno di irrefrenabile emozione, scrisse e pubblicò un opuscolo, in cui dipingendo tanta sventura, proponeva i mezzi per rimediare a tanto male.
La lettura dell' opuscolo del buon ginevrino destò in tutti i cuori la più viva pietà, e moltissimi s'associarono alle sue idee, ed accolsero con viva gioia il suo progetto, che manifestava il modo di recare pronto soccorso ai feriti in guerra.
Da ciò ebbe origine il trattato di Ginevra , e dietro alle proposte del buon ginevrino si gettarono il 26 ottobre 1863 le basi d' una grande Associazione internazionale affine di soccorrere e curare i malati ed i feriti in guerra.
Furono create ambulanze, e mezzi comodi per trasportare i feriti; si formarono associazioni di medici, chirurghi ed infermieri volontari; e si fece appello alla carità pubblica per ottenere tutto che ri- chiedesi alla cura ed alla medicazione dei feriti.
Le povere vittime dei furori della guerra ne provarono subito, e ne provano anche al presente la benefica e salutare influenza, e l'operosa sollecitudine, ora che la guerra tra le due grandi potenze militari d'Europa, la Francia e la Prussia, produce si innumerevoli vittime.
Dappertutto, ove si fece appello alla pubblica carità, vennero inviate al Comitato centrale internazionale di Basilea a sollievo de' feriti offerte di danari, di filaccia, di tende, di compresse e di biancheria , e di altri oggetti, che furono in giusta proporzione divise tra la Francia e la Prussia.
Anche Milano in tanta opera di beneficenza, diede larga prova del suo animo caritatevole e benefico.